La perdita dell’udito negli anziani.

Una delle cause principali dell’isolamento e dell’apatia sociale nelle persone anziane è la perdita dell’udito.

Si tratta di una problematica che può colpire a qualunque età, ma ha un’insorgenza maggiore tra le persone di età compresa tra i 60 e gli 85 anni.

La perdita di udito negli anziani ha delle ripercussioni anche sui familiari e sulle persone che se ne prendono cura.

È quindi importante saper affrontare al meglio questa situazione per stabilire un equilibrio.

È bene che la persona anziana comprenda i rischi effettivi che corre ogni giorno.
Bisogna quindi, in primo luogo, spiegargli i pericoli relativi a questo problema: camminare da solo per strada, l’aumento dei casi di cadute in casa e il fastidio di non riuscire a sentire lo squillo del telefono.

Tuttavia, è giusto che il vostro caro conosca i progressi tecnologici fatti nel campo degli apparecchi acustici, diventati per lo più invisibili e molto discreti.

In tal modo dovreste riuscire a superare la reticenza iniziale e riuscire ad indurlo ad effettuare lo step successivo.

Una volta compresa l’importanza del riconoscere la propria ipoacusia, potrete fare ancora una cosa per lui: prendere un appuntamento con uno specialista. A seguito di specifici esami dell’udito, l’audioprotesista potrà comprendere il grado di deficit uditivo e indirizzarvi verso la protesi acustica più adatta alle vostre esigenze.

 

I benefici della camminata per gli anziani

Camminare è una pratica, sicura, piacevole, priva di controindicazioni, ed è particolarmente indicata per chi ha già superato i 65 anni. In assenza di particolari disturbi deambulatori, le persone over 65 possono mantenersi in forma camminando, questa attività consente infatti di bruciare le calorie, ridurre i livelli di colesterolo e proteggere l’apparato cardiovascolare, abbassando la pressione arteriosa e migliorando la circolazione sanguigna.

Nello specifico, svolgere una passeggiata di breve durata ogni giorno aiuta a debellare il processo di invecchiamento fisiologico: l’esercizio fisico rallenta la perdita di forza muscolare e di tessuto osseo che caratterizza l’età avanzata.

Anche il cuore ne trae beneficio: svolgere attività fisica con regolarità può determinare effetti positivi su efficienza cardio respiratoria e pressione. Inoltre riduce il rischio di contrarre patologie coronariche e infarti agendo sull’apparato cardiovascolare. 

Camminare comporta inoltre notevoli miglioramenti sul benessere psicologico dell’individuo. Mantiene allenate attenzione e memoria operando sul rendimento cognitivo: il movimento conserva in maniera attiva il livello di tensione, agendo sull’efficienza delle capacità esecutive e sui tempi di reazione.

Da considerare con attenzione sono i benefici sull’umore dell’individuo. Una sana passeggiata permette di scaricare la tensione e aiuta soprattutto i soggetti anziani a ridurre depressione e ansia.

Le donne Anziane possono trovarla utile nella lotta contro l’osteoporosi, tipica del periodo post menopausa.

Rallenta anche l’insorgenza di artrosi e previene le fratture del femore. Favorisce un utile controllo glicemico, migliorando il diabete di tipo 2 e combattendo l’obesità.

Infine, assume un importante valore con la motilità intestinale, riducendo la stitichezza.

COVID E DEMENZA SENILE: RAPPORTO ISS COVID 19

Indicazioni per un sostegno concreto alle persone con demenza nell’attuale scenario della pandemia di COVID-19

La demenza senile colpisce la memoria e le funzioni cognitive.

Pur avvalendosi delle migliori terapie disponibili, assicurare un supporto ottimale al malato non è mai facile, perché il progressivo declino cognitivo, con il tempo, determina una condizione di seria invalidità, nella maggior parte dei casi complicata da disturbi comportamentali che possono rendere particolarmente problematica e frustrante l’interazione con il paziente.

Nell’attuale scenario storico, le persone con demenza devono essere protette e supportate in modo mirato. In diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, un’elevata percentuale dei decessi per COVID-19 (circa il 20%) si è verificato tra le persone con demenza, probabilmente per effetto della difficoltà ad aderire alle norme igienico-sanitarie e di salvaguardia individuale e della comune presenza di patologie croniche concomitanti.

Rapporto ISS COVID-19 • n. 61/2020

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha fornito indicazioni per un appropriato sostegno alle persone con demenza nell’attuale scenario della pandemia di COVID-19.

Un documento importante considerando che sia gli anziani che le persone affette da gravi patologie neurologiche, croniche e da disabilità sono popolazioni fragili e a maggior rischio di evoluzione grave se colpite da COVID-19.

La riorganizzazione delle attività cliniche e assistenziali rivolte alla persona con demenza, imperativa in questo momento storico, deve tenere conto:

del cambiamento dei bisogni di salute dei pazienti, che hanno spesso presentato un rilevante

peggioramento clinico nel corso dell’epidemia;

dell’aumentato stress assistenziale per i caregiver;

della necessità di ridurre il rischio di contagio da SARS-CoV-2, per utenti e operatori, nelle strutture socio-sanitarie;

della riorganizzazione strutturale generale dei servizi sanitari e socioassistenziali in atto.

L’obiettivo di questo documento è di fornire ai professionisti sanitari e socio-sanitari e ai caregiver alcune indicazioni pratiche per prevenire il contagio e fornire il supporto necessario a tutte le persone con demenza.

Scarica il documento completo:

Rapporto ISS COVID-19 61_2020

DECLINO COGNITIVO SOGGETTIVO, INDICATORE PER DIAGNOSI PRECOCE ALZHEIMER

Un gruppo di ricerca guidato dal Centro Tedesco Malattie Neurodegenerative (DZNE) ha concluso che il declino cognitivo soggettivo può contribuire ad individuare il Morbo di Alzheimer in una fase precoce.

In un nuovo studio, pubblicato su Neurology (Perdersen, 2020), gli scienziati hanno riportato che gli individui che percepivano di avere problemi di memoria, ma le cui prestazioni mentali erano nella norma, mostravano tuttavia deficit cognitivi misurabili che erano collegati ad anomalie nel liquido spinale.

Questi risultati potrebbero essere utili per la diagnosi precoce e lo sviluppo di una terapia.

Una rete di università e ospedali universitari tedeschi è stata coinvolta nelle indagini, coordinate dal DZNE, che hanno esaminato un totale di 449 donne e uomini (età media circa 70 anni). Di questo gruppo, 240 individui sono stati inclusi tramite le cliniche di memoria degli ospedali universitari partecipanti.

Queste persone avevano consultato le cliniche per chiarimenti diagnostici su lamentele cognitive soggettive persistenti, di solito dopo l’invio di un medico. Tuttavia, nei test normali erano stati valutati come cognitivamente normali, determinando perciò che avevano SCD, declino cognitivo soggettivo.

I soggetti dello studio sono stati sottoposti a vari test delle loro capacità mentali. Oltre alle prestazioni della memoria, l’attenzione si concentrava anche sulla capacità di concentrazione in varie situazioni. Tra le altre cose, sono state testate anche le abilità linguistiche e la capacità di riconoscere e nominare correttamente gli oggetti.

Inoltre, è stato analizzato il fluido cerebrospinale di 180 soggetti dello studio, 104 dei quali con SCD. Questo liquido è presente nel cervello e nel midollo spinale.

È stato dimostrato che i soggetti con SCD presentavano in media lievi deficit cognitivi e che questi deficit erano associati ad alterazioni proteiche ​​riconducibili alla malattia di Alzheimer in fase iniziale.

Ovviamente questi risultati non possono essere generalizzati, perché molte persone anziane soffrono di disturbi temporanei della memoria soggettiva senza avere il morbo di Alzheimer.

I risultati attuali supportano il concetto che la SCD può contribuire, in parte, a rilevare la malattia di Alzheimer in una fase precoce.

Curare la salute orale preserva dalla demenza da anziani

Per invecchiare con un cervello in forma meglio affidarsi a un buon dentista oltre che a un bravo geriatra o a un bravo neurologo.

Uno studio condotto dall’Università del Minnesota ha messo in relazione il legame tra igiene orale e capacità cognitive nell’età avanzata: chi si ammala di parodontite, per esempio, se non la cura raddoppia le probabilità di sviluppare demenza o della condizione che spesso ne è l’anticamera, il MCI (acronimo di mild cognitive impairment, cioè compromissione cognitiva lieve).

Sono stati esaminati circa 8.275 soggetti, con un’età media di 63 anni, con nessun segno di demenza. Il 78% presentava qualche segno d’infiammazione buccale, il 12% di grado lieve e il 12% grave con carie soprattutto a carico dei molari. Il 19% aveva già perso un po’ di denti e al 20% non ne rimaneva più nessuno.

Il legame con il prediabete

Il legame fra igiene dentale e salute cerebrale passa per il prediabete, condizione che, se non trattata, prelude a diabete vero e proprio che apre le porte alla demenza: a svelarlo è stato un altro studio con i NIH americani (i National Institute of Health), chiamato ORIGINS, acronimo di Oral Infections, Glucose Intolerance and Insulin Resistance Study cioè Studio su Infezioni della bocca, intolleranza al glucosio e resistenza insulinica, secondo cui 11 ceppi batterici che normalmente si trovano nel cavo orale oltre una certa soglia conseguente a scarsa igiene orale, possono dar luogo a un microbiota buccale che favorisce periodontite che risulta significativamente associata a prediabete che a sua volta favorisce lo sviluppo di demenza.

Il ruolo della masticazione

La masticazione, una funzione ridotta o abolita dalla perdita di denti provocata da parodontite, va a stimolare positivamente proprio le aree cerebrali dell’ippocampo che si compromettono nella demenza. Il primo ad accorgersene è stato Minoru Onuzuka della Gifu University School del Giappone che ha pubblicato nel 2013 su Behaviour Brain Research uno studio prima su animale e poi su uomo in cui ha evidenziato tramite PET che l’atto del masticare fa aumentare gli impulsi diretti all’ippocampo.

Protesi protettive

Le cure odontoiatriche sono importanti per il cervello non solo in virtù della prevenzione delle malattie del cavo orale, ma anche per ovviare alla perdita dei denti tramite protesi fisse o mobili che mantengano comunque la funzione masticatoria. Ma al di là di una buona dentiera o di un buon impianto, il segreto di una buona igiene orale e, a quanto pare anche di una lucida vecchiaia, resta comunque nelle nostre mani con una sana prevenzione quotidiana affidata allo spazzolino.

Alzheimer e terapia ROT: come e quando usarla

Durante l’intero decorso della demenza, al fine di limitarne le conseguenze e di rallentarne l’evoluzione, è possibile ricorrere agli interventi riabilitativi, che consistono in un complesso di approcci che permettono di mantenere più elevato il livello di autonomia compatibile con la malattia. Tra questi la ROT, la terapia di orientamento alla realtà.

Nei soggetti affetti da demenza, in particolare in quelli con un livello cognitivo di grado lieve/moderato, la ROT, Reality orientation therapy, nell’ambito degli interventi psicosociali rivolti alla persona, è la più diffusa terapia cognitiva e produce, quando applicata, buoni risultati.

Che cos’è è la ROT?

La metodologia della ROT è stata ideata da Folsom nel 1958, presso la Veterans Administration (Topeka, Kansas), e successivamente sviluppata da Taulbee e Folsom negli anni ’60 come tecnica specifica di riabilitazione per i pazienti confusi o con deterioramento cognitivo.

Attualmente la ROT è uno degli interventi riabilitativi più diffusamente impiegati con i pazienti affetti da demenza.

La ROT nelle Case per anziani

La ROT ha come obiettivo fondamentale quello di ridurre la tendenza all’isolamento rendendo il soggetto ancora partecipe alle relazioni sociali e all’ambiente che lo circonda. Tramite ripetitive stimolazioni verbali, visive, scritte, musicali, la ROT si prefigge di rafforzare le informazioni di base del paziente rispetto alle coordinate spazio-temporali ed alla storia personale. Questa è una tecnica abbastanza pervasiva producendo una situazione in cui l’ospite si trova inondato da domande ‘‘che giorno è? che ore sono? in che città ci troviamo?’’ ecc.

Il livello di stimolazione deve essere modulato in base alle risorse del paziente.

Esistono due principali modalità di ROT: formale e informale.

La ROT informale prevede un processo di stimolazione continua che implica la partecipazione di operatori sanitari e familiari, i quali, durante i loro contatti col paziente, nel corso della giornata, forniscono ripetutamente informazioni al paziente. È fondamentale che nel corso della giornata vengano ricordate al malato alcune informazioni importanti circa l’orientamento temporale e spaziale. Fin dal risveglio, da parte è utile comunicare al proprio caro informazioni apparentemente banali: il giorno, la stagione, il nome degli altri familiari. La continua ripetizione delle informazioni aiuta il malato a conservarle maggiormente nel tempo.

La ROT Formale, invece, consiste in sedute giornaliere condotte con gruppi di 4-6 persone, omogenee per grado di deterioramento, durante le quali un operatore specializzato impiega una metodologia di stimolazione standardizzata.

Le tecniche, se ben esercitate, producono ottimi risultati legati all’orientamento della persona, al controllo dei disturbi del comportamento, migliorando la qualità di vita dell’anziano e di chi gli vive accanto.  

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Alzheimer, un nuovo farmaco migliora le funzioni esecutive e cognitive

Un farmaco già usato per il Parkinson, la Rotigotina, funziona anche per l’Alzheimer, migliorando le funzioni cognitive in pazienti ad un livello lieve o moderato di malattia e le loro abilità manuali.

Il morbo di Parkinson e di Alzheimer sono due malattie molto diffuse nel mondo. In Italia si registrano un milione di persone affette da Alzheimer e 230000 affette da Parkinson.

Ad oggi, non esiste un farmaco capace di debellare l’Alzheimer, né il Parkinson, ma esistono delle cure in grado di attenuarne i sintomi e rendere la vita del paziente quanto più normale possibile.

Arriva, però, una bella notizia dall’ospedale di neuroriabilitazione della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma.

Secondo lo studio clinico, pubblicato sulla rivista JAMA Network, il farmaco Rotigotina, già utilizzato normalmente con i pazienti affetti da Parkinson, produce un miglioramento delle funzioni cognitive nei pazienti con Alzheimer lieve o moderata aprendo a una nuova opzione farmacologica.   Lo studio è stato svolto presso l’ospedale di neuroriabilitazione della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma, col supporto della statunitense Alzheimer’s Drug Discovery Foundation. Condotto da Giacomo Koch, Direttore del laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale del Santa Lucia, in collaborazione con Alessandro Martorana dell’Università di Roma Tor Vergata, il trial ha coinvolto 94 pazienti di età compresa tra 55 e 83 anni.

Alzheimer e Parkinson: cure a confronto

Il farmaco Rotigotina agisce sul neurotrasmettitore dopamina, che non viene prodotto a sufficienza quando il paziente è affetto da Parkinson.

Per quanto riguarda i farmaci utilizzati per contrastare l’Alzheimer, fino ad oggi erano basati sull’inibizione della acetelcolinesterasi, poiché è un enzima che distrugge l’acetilcolina, neurotrasmettitore fondamentale nel processo di formazione e mantenimento della memoria e dell’apprendimento.

Secondo recenti studi la dopamina funziona a sua volta con pazienti affetti da Alzheimer, migliorando le abilità di ragionamento, le cosiddette funzioni esecutive, o funzioni cognitive superiori.

I pazienti, affetti da Alzheimer, ai quali è stato somministrato il farmaco rotigotina hanno visto migliorate le loro funzioni esecutive, fondamentali per il ragionamento, il giudizio, la memoria di lavoro e l’orientamento. Inoltre, sono progredite le loro capacità di svolgere attività quotidiane di routine, quali lo shopping, la pianificazione, l’igiene personale e l’alimentazione.

La rotigotina funge da agonista della dopamina, ovvero imita l’azione della dopamina e, infatti, i miglioramenti ottenuti nei pazienti sono davvero notevoli, in quanto col procedere della malattia, i soggetti affetti da Alzheimer perdono totalmente la loro indipendenza. Studi precedenti asserivano che la dopamina potesse aiutare le abilità di ragionamento dei pazienti affetti da Alzheimer, ma questa nuova ricerca sembra confermarlo. 

Anziani, sintomi e segnali del morbo di Alzheimer

Una diagnosi del morbo di Alzheimer cambia la vita delle persone colpite da questa malattia e anche delle loro famiglie e amici.

Non è ancora chiaro quale sia la causa che scatena il morbo di Alzheimer, come non si hanno ancora certezze su una cura in grado di aiutare le centinaia di migliaia di anziani che soffrono di questa forma di demenza.

Si tratta di una patologia progressiva che da una lieve perdita di memoria può portare fino alla completa incapacità di rispondere all’ambiente in cui si è immersi.

Quali sono i sintomi e segnali del morbo di Alzheimer?

La perdita di memoria che sconvolge la vita quotidiana

Uno dei segnali più comuni del morbo di Alzheimer è la perdita di memoria, soprattutto il dimenticare informazioni apprese di recente. Altri segnali sono il dimenticare date o eventi importanti, chiedere le stesse informazioni più volte.

Confusione con tempi o luoghi

Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono perdere il senso delle date, delle stagioni e del passare del tempo. A volte, possono dimenticarsi dove si trovano o come sono arrivati in quel luogo.

Non trovare le cose e perdere la capacità di ripercorrere i propri passi

Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono lasciare gli oggetti in luoghi insoliti. A volte, non riuscendo a trovarli, possono accusare gli altri di averli rubati. Con il passare del tempo, ciò può verificarsi più frequentemente.

Cambiamenti di umore e di personalità

L’umore e la personalità delle persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono cambiare. Essi possono diventare confusi, sospettosi, depressi, spaventati o ansiosi. Possono essere facilmente suscettibili a casa, al lavoro, con gli amici o nei luoghi nei quali sono al di fuori della loro zona di comfort.

Nuovi problemi con le parole nel parlare o nello scrivere

Chi soffre del morbo di Alzheimer può avere difficoltà a seguire o a partecipare a una conversazione. Può accadere che ripetano più volte la stessa cosa o possono fermarsi nel bel mezzo di una conversazione e non avere alcuna idea di come continuare.

Molteplici sono i cambiamenti che le persone colpite da Alzheimer e i propri familiari si ritrovano a dover affrontare. Da un lato vi sono cambiamenti organizzativi riguardo al tempo da dedicare alla sorveglianza, alla cura, della persona affetta dal morbo di Alzheimer; dall’altro anche l’ambiente, inteso nella sua accezione più ampia di contesto umano e relazionale, deve essere adattato alla persona malata in modo da consentirgli il mantenimento delle abilità funzionali residue il più a lungo possibile e limitare l’aggravamento dei disturbi comportamentali.

Stai cercando una casa di riposo per il tuo caro affetto dal morbo di Alzheimer?

La casa di riposo Domus Santa Rita, sita a Marina di Ardea offre servizi alle persone che hanno bisogno di una maggiore attenzione e un personale di assistenza pratica alla persona, ai suoi bisogni e alle sue esigenze.    

Gli anziani, una risorsa per i giovani

La Terza Età è una categoria sociale speciale, che viene suddivisa in 3 sottogruppi: i giovani anziani (65-75 anni), gli anziani veri e propri (76-84 anni) e i grandi anziani (dagli 85 anni in poi).
L’allungamento della vita e la sua qualità rivelano un cambiamento nella percezione del ruolo sociale degli anziani.
Gli anziani non sono più percepiti come persone che vivono un periodo residuale della vita, ma come delle risorse che apportano alla società un contributo in vari ambiti.
Gli anziani sono un patrimonio vivente di esperienze vissute e provate, di saggezza trasmissibile, di valori: si sono ritrovati a vivere in epoche diverse, passando dalla fame al sacrifico, al lavoro manuale, caratterizzato da tante ingiustizie e sfruttamento.
Grazie al loro patrimonio socio-culturale, dispongono di una dote preziosa per i nostri giorni, contribuendo a tramandare ai giovani, tradizioni, sapere e segreti.
Anche in ambito professionale, la trasmissione intergenerazionale delle competenze è una pratica che si va affermando sempre di più, per valorizzare il passaggio di una rete di esperienze e nozioni, che possono essere di grande utilità per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro.
Gli anziani, sono una risorsa inestimabile.

Coronavirus e Vitamina D, gli anziani la categoria più a rischio

Circola sui social e sul web, la notizia che la carenza di vitamina D potrebbe aumentare nella popolazione generale l’esposizione al contagio da COVID-19 e alle complicanze respiratorie associate.

In questo momento di grave emergenza sanitaria in Italia e nel mondo si stanno moltiplicando gli studi per trovare un vaccino contro il coronavirus e nello stesso tempo si cercano tutti possibili metodi di contrasto al propagarsi del contagio.
Da uno studio effettuato da un gruppo di ricercatori inglesi della University of East Anglia e del Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust, emerge che la vitamina comunemente prodotta dalle cellule dell’epidermide esposte al sole, potrebbe svolgere un ruolo positivo nel prevenire la mortalità a causa del coronavirus Sars-CoV-2.
Lo aveva anticipato l’Università di Torino in uno studio condotto dai professori Giancarlo Isaia ed Enzo Medico.
Gli anziani ne sono carenti e sono anche la categoria di età con il più alto indice di mortalità. Per questo, due scienziati torinesi suggerivano ai medici, di assicurare adeguati livelli di vitamina D nella popolazione, ma soprattutto agli anziani vulnerabili, agli ospiti di residenze assistenziali, alle persone in regime di clausura, specie tutti coloro che per motivi vari non si espongono adeguatamente alla luce solare.
È troppo presto per dire se esiste un nesso causale e se l’aumento dei livelli di vitamina D può essere d’aiuto alle persone a guarire dal virus. Tuttavia, nel corso della pandemi la richiesta di vitamina C e D è aumentata in modo massiccio.